Nel 1992 nacque in Russia il “Fronte Nazionale Bolscevico”, che successivamente diverrà il Partito Nazional Bolscevico (PNB). Si osservi subito la data: siamo all’immediato indomani dello scioglimento dell’URSS. I fondatori del partito sono nomi di rilievo: da Eduard Limonov, al filosofo Aleksandr Dugin, al politico e reduce di guerra Zakhar Prilepin, al cantante Egor Letov. Il simbolo del partito era una bandiera rossa con un disco bianco al centro e una falce martello nera: evidentissimo tentativo di creare una crasi simbologica tra il comunismo e il nazionalsocialismo, ideologie di per sé incompatibili e storiche nemiche della Seconda Guerra Mondiale. L’ideologia del partito spaziava dallo stalinismo al nazionalismo russo, con significativi riferimenti alla “Nouvelle Droite” di Alain de Benoist. Il partito è stato successivamente messo fuorilegge nella Federazione Russa in quanto estremista, e si è poi diviso in più formazioni rivali tra loro.
L’ideologia nazionalbolscevica ha avuto un certo riscontro anche all’estero, creando formazioni minori in diversi paesi dell’est e alcuni simpatizzanti si sono registrati anche in Italia, specie nel primo decennio degli anni 2000.
I liberali, alle nostre longitudini, hanno spesso usato il vocabolo “rossobruno” per squalificare chiunque non si dichiarasse né espressamente comunista né espressamente fascista ma criticasse la democrazia liberista, o il sistema economico alla sua base. E avendo buon gioco, perché obiettivamente la simbologia del PNB era di quanto più buffonesco potesse essere inventato, privo com’era di fantasia, di originalità e obiettivamente fastidioso agli occhi di chi avesse un minimo di memoria dei fatti del 1941-1945, dove si era consumato un gigantesco genocidio che aveva sterminato 27 milioni di cittadini sovietici e milioni di soldati e civili nella controparte. L’ideologia stessa del partito, inoltre, cercando di fondere insieme istanze di marxismo e di ultranazionalismo, risultava essere imprecisa e vaga. In generale, gli avversari liberali riuscivano con facilità a squalificare, agli occhi del popolo, questo tentativo di “tornare indietro” non si sa bene in quale direzione, se indietro a destra o indietro a sinistra, e facendo leva sull’argomento – di per sé non sbagliato – che tornare indietro è impossibile e finisce per generare spaventapasseri politici incapaci di realizzare una rivoluzione.
Le motivazioni di base che avevano spinto questa minoranza di intellettuali, peraltro non stupidi, a fondare il PNB, erano di base comprensibili. Il passaggio della neonata Federazione Russa al sistema economico capitalista, nei primi anni ‘90, di quanto più traumatico si potesse immaginare: un crollo della produzione industriale (fino al 50% di ciò che si aveva in epoca sovietica), lavoratori impoveriti e disoccupati, emigrazione di massa verso l’estero, aumento vertiginoso della corruzione e della criminalità organizzata, diffusione delle tossicodipendenze, arricchimento talvolta illecito di una minoranza di oligarchi alla faccia della maggioranza del popolo. Da qui l’indignazione non solo dei più deboli dal punto di vista economico ma anche di una frazione di intellettuali che, pur non soffrendo la fame, non riuscivano a sopportare la vista del proprio paese ridotto dalla seconda potenza economica mondiale ad una succursale dell’Africa subsahariana. E c’è da capirli.
Ma quella risposta è stata sbagliata e frettolosa. I rossobrunisti, nel mettere insieme istanze marxiste e fasciste, finivano per addossarsi l’eredità negativa dei crimini commessi in quel secolo da entrambe le ideologie. Un liberale occidentalista poteva accusarli di essere moralmente corresponsabili dei genocidi commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, delle purghe staliniane, delle fosse di Katyn, dell’autogenocidio dei contadini cambogiani, dei crimini avvenuti durante il colonialismo mussoliniano, e così via sommando. Un articolista che volesse accusarli di qualcosa aveva solo l’imbarazzo della scelta.
L’errore gigantesco che fecero i rossobruni trent’anni fa fu quello di reagire all’affossamento che il liberismo aveva provocato nella loro società con un’ideologia-frankenstein. Avrebbero dovuto ideare nomi nuovi, simboli nuovi, un vocabolario nuovo per il secolo che di lì a poco avrebbe visto l’alba. Nella storia non si torna mai indietro: si va avanti, meglio o peggio ma sempre avanti. Quando crollò il nostro Impero Romano, noi Italiani non tornammo nella preistoria: entrammo nel Medioevo. Per noi funzionalisti italiani il “rossobrunismo” rappresenta esattamente l’emblema di cosa non bisogna fare per restituire dignità al lavoratori e alla nazione.
Contro il rossobrunismo, quindi. Per una futura nazione di giustizia sociale calibrata sulle reali necessità del XXI secolo.
(a cura di Giorgio Faggio)
