Tra il 1998 e il 2002 si è svolta la Seconda Guerra Civile del Congo, passata alla storia anche con il nomignolo di “Prima Guerra Mondiale Africana” perché nel conflitto sono intervenute le forze armate di diversi paesi del continente (Angola, Ciad, Zimbabwe e Namibia a fianco del governo; Uganda, Burundi e Ruanda in appoggio dei ribelli). La guerra ha prodotto 5.400.000 morti, quasi tutti civili, il che lo ha reso il conflitto più sanguinoso della storia dopo la II Guerra Mondiale.
5 milioni e mezzo di morti sono una cifra enorme, anche per un paese grande com’è il Congo. Possiamo solo immaginarci – anche perché non sono circolate molte immagini a questo riguardo sui media – le enormi masse di cadaveri, donne e bambini massacrati, corpi straziati, corpi in decomposizione. Eppure, in occidente nessuno ha gridato al genocidio: non si sono viste manifestazioni di piazza, né presidi, né scioperi.
Facciamo un paragone con il genocidio di Gaza, di cui si parla molto a livello mediatico, ad oggi (29/7/2026) si contano meno di 74.000 morti civili, per i quali si sono mobilitate masse in tutto il mondo. La proporzione delle perdite è di 74 congolesi morti per ogni palestinese morto. Fatta la dovuta precisazione che questo articolo non ha la minima intenzione di minimizzare i fatti di Gaza, che meritano la dovuta attenzione, si fa presente che per la Palestina si sono mobilitati milioni di persone in tutto il mondo, migliaia di movimenti, sindacati e partiti, intere associazioni nate ad hoc per protestare contro l’intervento bellico sionista. Intere strade e città bloccate, in alcuni momenti porti marittimi paralizzati.
Perché tutta questa mobilitazione non si era generata a suo tempo per il Congo? Perché i manifestanti “ProPal” reputano molto più importante mobilitarsi per 1 bambino palestinese e non per 74 bambini congolesi? I motivi sono diversi e vanno dall’assenza di motivazioni ideologiche nel conflitto del paese di Kinshasa che invece sussistono a Gaza (la guerra israelo-palestinese va avanti dal 1948 e ha caratterizzato tutta la Prima Guerra Fredda) al fatto che i congolesi sono di religione cristiana e quindi molto meno meritori di attenzione agli occhi di parecchi “ProPal” rispetto ai musulmani, alla semplice lontananza fisica dell’Africa centrale dall’occidente e dall’Europa.
Ma il vero fattore determinante è un altro. DEL CONGO, I MEDIA DEL SISTEMA NON NE HANNO PARLATO; DI GAZA INVECE SÌ. Ecco qui la differenza. I “ProPal”, quantunque assumano in certi casi posizioni antisistema, ascoltano i media del sistema e quindi si appassionano DEGLI ARGOMENTI CHE I MEDIA, E I POTERI CHE LI GESTISCONO, PROPONGONO AL POPOLO. E ciò che i media del potere ignorano, viene ignorato anche da coloro che teoricamente dovrebbero fare opposizione.
Questo è il gigantesco limite a cui rischia di andare incontro un certo movimento rivoluzionario: quello di far scegliere al nemico gli argomenti di cui trattare. Chi lotta contro il sistema deve scegliere da sé quali sono gli argomenti e le istanze da divulgare al popolo. L’informazione alternativa non può farsi dettare il palinsesto dal potere.
Il caso dei morti palestinesi e congolesi, dell’impietoso confronto tra le mobilitazioni di piazza durante i due genocidi, è finalizzato a fare capire questo concetto. Una cosa non è giusta o sbagliata perché ne parlano in TV o perché un “influencer” scrive dei “post” su Instagram o pubblica un video da 01:38 minuti su TikTok. Un massacro è sbagliato indipendentemente da dove sia avvenuto, da chi ne parla e da chi ne tace. In Congo ci sono ancora le ossa di centinaia di migliaia di esseri umani che ci ammoniscono su questo principio, e che nessun manifestante colpevolmente ricorda.
(a cura di Giorgio Faggio)
